Dispersione idrica in Italia: perché supera il 40% e quali tecnologie possono ridurla

In Italia oltre il 40% dell’acqua immessa in rete viene dispersa. Scopri cause, impatti e tecnologie per rendere le reti idriche più efficienti.

di Cefla Engineering •

In Italia una parte molto rilevante dell’acqua potabile immessa nelle reti di distribuzione non raggiunge gli utenti finali. Secondo ISTAT, nel 2022 le perdite idriche totali hanno raggiunto il 42,4% dell’acqua immessa in rete, pari a circa 3,4 miliardi di metri cubi. Un volume che, secondo la stessa stima dell’Istituto, sarebbe sufficiente a soddisfare il fabbisogno idrico di 43,4 milioni di persone per un anno.

Non si tratta, quindi, soltanto di acqua che viene dispersa nel sottosuolo. Dietro ogni metro cubo perso ci sono infrastrutture da gestire, energia utilizzata per captare, trattare e pompare l’acqua, costi operativi e un impatto sulla capacità del sistema di affrontare periodi di siccità e crescente pressione sulla risorsa.

Per ridurre la dispersione idrica, tuttavia, non è sufficiente sostituire indiscriminatamente chilometri di tubazioni. Occorre prima conoscere la rete, monitorarla, individuare le anomalie e stabilire dove intervenire con maggiore priorità. Sensoristica IoT, analisi dei dati, intelligenza artificiale, manutenzione predittiva e tecnologie no-dig stanno rendendo possibile proprio questo passaggio: da una gestione prevalentemente reattiva a una gestione più misurabile e preventiva.

 

Il problema della dispersione idrica in Italia: cosa dicono i numeri

 

Il dato del 42,4% fotografa una criticità strutturale. Anche le rilevazioni più recenti di ARERA mostrano come il problema rimanga rilevante: nel panel analizzato dall'Autorità sulla base del monitoraggio RQTI 2024, le perdite percentuali risultano mediamente pari al 42%. Il campione considerato copre circa l’85,7% della popolazione nazionale, pur con una rappresentatività più bassa nel Sud e nelle Isole.

Il confronto europeo aiuta a comprendere la portata del fenomeno. L’Agenzia Europea dell’Ambiente stima che quasi un terzo dell’acqua prelevata per l’approvvigionamento pubblico nell’UE venga perso prima di arrivare agli utilizzatori e indica Italia, Bulgaria e Croazia tra i Paesi in cui le perdite superano il 40%. Al contrario, alcuni Paesi europei sono riusciti a mantenere le dispersioni sotto il 15%.

Prima di parlare di soluzioni è però importante chiarire che le perdite non sono tutte uguali.

Le perdite reali sono quelle fisiche: acqua che fuoriesce da condotte, serbatoi, raccordi e allacci a causa di rotture, fessurazioni o deterioramento delle infrastrutture.

Le perdite apparenti, invece, non corrispondono necessariamente a una dispersione fisica dell’acqua. Possono essere legate, per esempio, a errori di misura dei contatori o a consumi non autorizzati. La distinzione è rilevante perché richiede strategie differenti: riparare una condotta non risolve un problema di misurazione e sostituire un contatore non elimina una perdita sotterranea.

 

Perché si parla di “rete colabrodo”: le cause principali

 

La definizione di “rete idrica colabrodo”, spesso utilizzata nel dibattito pubblico, semplifica un fenomeno che ha in realtà cause molto diverse.

Una delle principali è l’invecchiamento delle infrastrutture. La documentazione del PNRR evidenzia, ad esempio, che una quota significativa delle condotte italiane ha diversi decenni di vita: circa il 35% è indicato nella fascia compresa tra 31 e 50 anni.

A questo si aggiungono materiali e componenti soggetti a progressivo deterioramento, caratteristiche geologiche del territorio, variazioni della pressione di esercizio e una storia di investimenti non sempre sufficiente rispetto alla necessità di rinnovo delle reti.

C'è poi un tema gestionale. Una rete estesa per centinaia o migliaia di chilometri non può essere controllata efficacemente affidandosi soltanto alle segnalazioni degli utenti o alle ispezioni periodiche. Dove mancano una mappatura aggiornata degli asset, una sensoristica diffusa e sistemi capaci di correlare i dati, una perdita può continuare per molto tempo prima di essere localizzata.

La frammentazione gestionale ha storicamente rappresentato un ulteriore elemento di complessità: ISTAT rilevava ancora 2.391 gestori dei servizi idrici nel 2020, pur evidenziando un progressivo processo di riduzione del numero degli operatori.

 

Le conseguenze della dispersione idrica: non solo uno spreco d’acqua

 

L’effetto più immediato è evidente: una parte della risorsa captata e immessa nel sistema non arriva a destinazione.

Ma le conseguenze delle perdite idriche in Italia vanno oltre il semplice volume d’acqua disperso.

Captare, potabilizzare, movimentare e mantenere in pressione l’acqua richiede energia. Una perdita significa quindi anche utilizzare una parte di quell’energia senza generare un servizio effettivo per l’utente finale. Ridurre le dispersioni può contribuire, di conseguenza, sia all’efficienza idrica sia a quella energetica del sistema.

Per un gestore, le perdite possono tradursi inoltre in maggiori costi operativi, necessità di incrementare i volumi immessi e maggiore complessità nella manutenzione.

Per territori e cittadini il tema diventa particolarmente rilevante nei periodi di scarsità della risorsa. Una rete più efficiente non elimina siccità e stress idrico, ma permette di sfruttare meglio la quantità d’acqua già disponibile e di aumentare la resilienza complessiva dell’infrastruttura.

 

Come si individuano le perdite in una rete idrica: dal controllo manuale al monitoraggio digitale

 

La ricerca perdite tradizionale continua ad avere un ruolo importante. Tecniche acustiche, verifiche sul campo e ispezioni consentono agli operatori di localizzare una dispersione e intervenire sulla condotta.

Il limite emerge quando queste attività vengono utilizzate prevalentemente in modo reattivo: prima compare un'anomalia evidente o una rottura, poi si individua il punto problematico e infine si interviene.

La digitalizzazione delle reti idriche permette di modificare questa logica.

Suddividendo la rete in distretti, installando sistemi di misura e mettendo in relazione portate, pressioni, consumi e dati storici, il gestore può costruire una rappresentazione più continua del comportamento dell’infrastruttura.

L’obiettivo non è sostituire il tecnico con un algoritmo, ma dargli informazioni più precise per capire dove cercare, quali anomalie meritano attenzione e quali interventi hanno maggiore priorità.

 

Le tecnologie per ridurre le perdite d’acqua nelle reti idriche

 

Non esiste una singola tecnologia capace di risolvere la dispersione idrica. I risultati migliori arrivano dalla combinazione tra conoscenza dell’infrastruttura, monitoraggio, analisi dei dati e capacità di intervento fisico sulla rete.

 

Sensoristica IoT e monitoraggio in tempo reale

 

Sensori di portata e pressione installati nei punti strategici permettono di osservare il comportamento della rete con una frequenza molto superiore rispetto ai controlli periodici.

Variazioni anomale della portata, pressioni fuori dal comportamento atteso o consumi notturni incompatibili con lo storico possono rappresentare segnali da approfondire.

L’IoT rende inoltre possibile centralizzare i dati provenienti da numerosi asset e renderli disponibili tramite piattaforme di supervisione.

Il valore non risiede però nel semplice accumulo di informazioni. Una rete con migliaia di sensori ma senza criteri di analisi rischia di produrre solo una grande quantità di dati. Per essere realmente utile, il monitoraggio deve trasformarsi in indicatori, allarmi e priorità operative.

 

Intelligenza artificiale e modelli predittivi

 

È qui che entrano in gioco analisi avanzata e manutenzione predittiva della rete idrica.

I modelli possono confrontare dati attuali e storici, riconoscere pattern anomali e contribuire a individuare zone nelle quali la probabilità di un guasto o di una dispersione merita maggiore attenzione.

Questo non significa “prevedere con certezza” dove si romperà una tubazione. La qualità della previsione dipende sempre dalla quantità e dall’affidabilità dei dati disponibili, dalla conoscenza dell'infrastruttura e dalla qualità del modello utilizzato.

Il vantaggio è soprattutto operativo: restringere il campo di ricerca e aiutare il gestore a concentrare persone e investimenti sui punti più critici.

In questa direzione si inserisce anche en.vision, la piattaforma modulare di Cefla Engineering che integra architetture IoT e modelli di intelligenza artificiale. La suite comprende H₂O, dedicata al ciclo idrico integrato, e nasce per collegare monitoraggio, analisi dei dati e gestione più efficiente degli asset.

 

Tecnologie no-dig per interventi meno invasivi

 

Individuare una perdita è soltanto la prima parte del problema: successivamente occorre intervenire sulla rete.

Le tecnologie no-dig o trenchless consentono, in determinate condizioni, di realizzare, sostituire o risanare condotte riducendo il ricorso allo scavo tradizionale a cielo aperto.

Tecniche come relining e sistemi di sostituzione senza trincea possono ridurre l'estensione degli scavi, con vantaggi soprattutto in centri urbani densamente popolati, strade ad alta percorrenza o aree nelle quali l’apertura di cantieri tradizionali comporterebbe un impatto rilevante.

La scelta deve naturalmente dipendere dalle condizioni della tubazione, dai materiali, dal diametro, dalle caratteristiche del terreno e dal tipo di intervento necessario: non tutte le reti sono compatibili con la stessa soluzione.

 

Digitalizzazione dei processi di gestione e manutenzione

 

La trasformazione digitale non termina con il rilevamento della perdita.

Una gestione evoluta collega il dato proveniente dalla rete all’intero processo operativo: apertura del ticket, localizzazione dell’anomalia, assegnazione dell’intervento, verifica dell’attività svolta, aggiornamento dello stato dell’asset e monitoraggio successivo.

In questo modo diventa possibile costruire uno storico utile anche per individuare tubazioni caratterizzate da guasti ricorrenti, valutare le priorità di sostituzione e verificare se gli interventi eseguiti stanno effettivamente migliorando le prestazioni.

La tecnologia diventa quindi uno strumento di governo dell’infrastruttura, non semplicemente un sistema per generare allarmi.

 

Il ruolo degli investimenti e del quadro normativo

 

La riduzione delle dispersioni è diventata anche un obiettivo istituzionale.

La regolazione della qualità tecnica del servizio idrico integrato di ARERA comprende il macro-indicatore M1 – Perdite idriche, costruito tenendo conto sia delle perdite lineari sia di quelle percentuali. A questo sistema sono associati obiettivi di miglioramento e meccanismi incentivanti legati alle performance dei gestori.

Anche il PNRR ha dedicato uno specifico investimento alla riduzione delle perdite nelle reti di distribuzione, includendo esplicitamente digitalizzazione e monitoraggio tra gli strumenti necessari. La documentazione del Piano ha previsto per l'Investimento M2C4-4.2 una dotazione di 900 milioni di euro e interventi su migliaia di chilometri di rete.

Il quadro europeo sta rafforzando ulteriormente l’attenzione al tema. La Direttiva UE 2020/2184 richiede agli Stati membri di valutare i livelli di perdita e il potenziale di miglioramento, utilizzando l’Infrastructure Leakage Index o metodologie appropriate; prevede inoltre che la Commissione definisca entro gennaio 2028 una soglia europea dalla quale potranno derivare specifici piani d’azione.

Per i gestori, quindi, monitorare e ridurre le perdite significa sempre più integrare obiettivi ambientali, operativi e regolatori.

 

Perché serve un partner ingegneristico specializzato

 

La complessità delle reti idriche spiega perché sia difficile ottenere risultati acquistando semplicemente un nuovo software o installando alcuni sensori.

Servono competenze idrauliche per comprendere il comportamento della rete, competenze impiantistiche ed elettriche per installare e integrare la sensoristica, capacità digitali per elaborare i dati e organizzazione operativa per trasformare un’anomalia individuata a sistema in un intervento sul campo.

È questa integrazione a rendere il dato realmente utile.

Cefla Engineering opera nel settore Reti e Utilities come system integrator, occupandosi di progettazione, realizzazione, gestione e manutenzione di infrastrutture, comprese reti idriche e fognarie. L’approccio dichiarato integra servizi operativi, monitoraggio digitale e tecniche predittive, con l’obiettivo di migliorare efficienza e resilienza delle reti.

Il punto non è quindi digitalizzare “a prescindere”, ma partire dalle condizioni reali dell’infrastruttura e costruire un percorso in cui sensori, piattaforme, competenze ingegneristiche e attività sul territorio operino come parti dello stesso sistema.

 

Conclusioni: verso reti idriche più resilienti ed efficienti

 

Una dispersione idrica superiore al 40% mostra quanto il tema delle perdite di rete continui a rappresentare una delle principali sfide del servizio idrico italiano.

La risposta non può essere una sola tecnologia. Rinnovare le infrastrutture rimane fondamentale, ma intervenire senza conoscere con precisione lo stato della rete rischia di ridurre l’efficacia degli investimenti.

Sensoristica IoT, monitoraggio continuo, analisi dei dati e intelligenza artificiale permettono invece di costruire una conoscenza più dettagliata dell’infrastruttura, identificare le anomalie più rapidamente e orientare meglio manutenzione e investimenti.

L’evoluzione passa quindi da un modello basato principalmente sulla reazione al guasto a una gestione progressivamente predittiva, misurabile e integrata.

Per utility e gestori del ciclo idrico, la sfida è trasformare i dati in decisioni e le decisioni in interventi concreti. È su questa integrazione tra ingegneria, operatività e tecnologie digitali che si costruiscono reti capaci di ridurre gli sprechi e diventare più efficienti e resilienti nel tempo.

 

 

 


Pubblicata il 29 settembre 2026


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